Et in bona gratia, di Lida Coltelli (recensione)

 

Febbraio 1522. Il Commissario estense Ludovico Ariosto dopo un estenuante viaggio, arriva a Castelnuovo Garfagnana e si trova costretto, fin da subito, a districarsi tra i complicati equilibri di una terra di difficile governo, selvaggia e infestata dai briganti. A pochi giorni dal suo arrivo, un orafo viene trovato impiccato. Suicidio o delitto? Si propende per la seconda ipotesi. Ma chi può essere stato? Un ladro? Un familiare? Un bandito? Magari il famigerato Moro del Sillico? Ludovico si avvale dell’aiuto di Jacopo, il Baricello del luogo, che diventa il suo più fidato collaboratore, i “suoi occhi” e le “sue orecchie”. E con lui, anzi, per mezzo di lui, analizza indizi, formula ipotesi, sonda l’animo umano, indaga… sempre con la segreta speranza di cogliere in fallo gli odiati antagonisti e porre fine ai loschi intrighi dei suoi potenti concittadini. Ma non sempre la verità si trova dove la si cerca.

Titolo: Et in bona gratia - Un'indagine per il commissario Ludovico Ariosto

Autore: Lida Coltelli

Editore: Tra le righe libri

Genere: giallo storico

Pagine: 330

Data di pubblicazione: marzo 2021

Formato: e-book, paperback

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RECENSIONE

Perché leggere un romanzo storico? Personalmente, da un romanzo storico mi aspetto di potermi immergere in un’epoca passata, come in un museo all’aperto. Perché al romanzo non spetta il resoconto dei grandi eventi del passato, ma piuttosto la rappresentazione di come viveva la gente dell’epoca: a che età si sposava, come si vestiva, in che dimore abitava, in che cosa consistevano i pasti quotidiani.

L’opera di Lida Coltelli riesce pienamente in questo intento: l’incipit ci trasporta nella Garfagnana del 1522, dove Ludovico Ariosto, che il lettore conoscerà come poeta, è stato appena nominato governatore. Una carica che corrisponde alla realtà storica e che Ariosto ricoprì fino al 1525.

Chino sulla sua scrivania, lo vediamo non nelle vesti di letterato, ma nella sua qualità di funzionario, intento a svolgere profane mansioni di amministrazione locale nella Rocca di Castelnuovo, in un’epoca in cui la divisione dei poteri non esisteva.

Il primo caso che deve affrontare è l’omicidio di un orafo, trovato impiccato nella sua bottega. Chi può essere l’assassino? La bella moglie, troppo giovane per lui? I banditi che imperversano nella regione? Oppure si tratta di un complotto politico, da parte di coloro che vogliono la Garfagnana sotto il dominio dei Medici? Da tutte queste ipotesi emerge il contesto sociale, politico e storico sottinteso alla narrazione.

Nelle indagini Ariosto viene assistito da Jacopo, abile ufficiale di polizia e protagonista di una sottotrama romantica, dalla scaltra domestica Velia, sempre informata sui pettegolezzi del luogo, e dalle forze militari comandate dallo spagnolo Navarra, che si servono per i loro interrogatori della tortura.

Le vicende portano a stretto contatto il lettore con gli usi e costumi del tempo: classi sociali definite, dove i notabili esercitano la professione di orafo, calzolaio, speziale; mercenari onnipresenti che parlano in spagnolo; dimore anguste e non riscaldate; giovani donne che hanno l’unica opzione di fare le serve; la normalità dello stupro (persino Ariosto aveva un figlio da una domestica); istruzione riservata a pochissimi; banditismo imperante; monache che sopravvivono di elemosina; lunghissime distanze geografiche, a causa di strade inesistenti attraverso le gole, i monti e le valli di paesaggi ameni.

A immergere il lettore in questa epoca rinascimentale è anche la lingua usata dall’autrice: non si tratta dell’italiano moderno, ma della lingua in cui presumibilmente si esprimevano i personaggi dell’epoca: il toscano antico, meglio noto come Volgare, già lingua di Dante e dei primi autori italiani. Questa lingua è usata in tutti i dialoghi, con varianti estreme nel caso della domestica Velia che si esprime in un dialetto locale. Da lodare questo aspetto filologico dell’opera, che mai estrania il lettore con espressioni desuete, ma lo avvicina al parlato reale dei personaggi.

L’uso del toscano antico contribuisce a conferire all’opera il tono ironico che la caratterizza, perché in fondo non si tratta di un trattato di storia, ma di un giallo a lieto fine. Del giallo l’opera rispetta tutti i canoni, compreso il colpo di scena finale e l’insospettabile colpevole.

Consigliatissimo a chi ama il genere storico e vorrà vivere l’atmosfera di un villaggio ai tempi del Rinascimento: vi sembrerà di essere circondati dai monti della Garfagnana, di sentire la voce ciarliera delle serve e di avere freddo nelle stanze prive di riscaldamento.

Qui non troverete morti squartati e sadici assassini. Questo romanzo è l’ideale per chi ama i gialli dal tono scanzonato, che toglie al crimine qualsiasi elemento raccapricciante. Complimenti all'autrice.

L’AUTRICE

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Commenti

  1. Grazie di ❤️ per questa splendida recensione!!!
    Sono veramente felice di essere stata apprezzata.

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